Archivio Categoria: Articoli generici

Una raccolta di articoli generici

Social Media e Finance come sarà la Finanza del futuro?

Tutti sanno che i Social Media hanno un forte impatto con la vita quotidiana sia per la Social2loro diffusione sia per il numero crescente di persone  che si approccia a queste nuove  forme di comunicazione. Ma il Mondo della Finanza come si sta muovendo su questo aspetto? Il vecchio sistema saprà adeguarsi al nuovo sistema di scambio di informazioni e servizi?.

Ci sarà la possibilità di un integrazione tra Banche, Servizi, Borsa e Clienti? Da un indagine Europea avvenuta qualche anno fà è emerso che le nuove generazioni odiano il sistema Bancario tradizionale e si rivolgono agli istituti di Credito che hanno un miglior approccio con le nuove tecnologie specie quelle di informazione. Le Banche tradizionali che invece attuano una politica tradizionale rimangono completamente indifferenti al gradimento dei potenziali clienti di nuova generazione.

La maggior parte dei potenziali clienti intervistati dichiara che:

  • la propria Banca non è diversa da tante altre;
  • Non gradiscono andare in Banca;
  • circa 1/3 del campione ritiene che non avrà affatto bisogno di un conto bancario.
  • In molti richiedono servizi di Gateway della propria Banca.

La maggior parte ha  dichiarato che sarebbe interessata ad una offerta di servizi finanziari da parte di una società tecnologica come Google, Apple, Facebook, Amazon, Paypal piuttosto che da una banca tradizionale e che operando già sul mercato Online dispongono gia di servizi offerti dai maggiori Gateway di pagamento come (Skrill, Stripe, Paypal, Sagepay, 2Chekout ecc.) di seguito una breve lista dei Gateway più utilizzati in Italia:

mangopay payza braintree gwallet 2co cab stripe

Servizi non ancora attivi in Italia o solo in modo parziale.

wepay apswipeSe pensiamo solo alla grande mole di informazioni personali gestite da questi Aziende possiamo subito immaginare  in una trasformazione del loro business in futuro… già le quotazioni in borsa di queste aziende sono in costante rialzo quindi nel futuro saranno titoli Preziosi.

Quindi ecco come i Social Network stanno facendo da Bridge tra Finanza, Aziende, e Clienti grazie alla loro particolare funzione di rendere le informazioni rapide sintetiche e suddivise sulla base delle preferenze del Cliente.

Quindi ampia scelta di servizi a tassi convenienti sia per chi acquista che chi vende qualsiasi forma di commercio rapidità di informazioni sempre aggiornate e Feedback che aumenta la reputation di chi vende.

Quindi le nostre Banche Italiane sapranno arginare questa realta già da anni consolidata?

In alcuni paesi europei hanno fatto dei passi avanti ma c’e’ ancora molta strada da fare.

E voi come vi state muovendo a tale proposito?

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Fonte ufficiale Jumany tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

 

 

Argento: la struttura tecnica rimane precaria

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La situazione tecnica dell’argento (analizzato tramite il contratto E-Mini Silver future) rimane precaria. Le quotazioni, dopo essere scese fino ad un minimo di 13,89 dollari, ha iniziato un difficile recupero, favorito dal forte ipervenduto di brevissimo termine. L’analisi dei principali indicatori quantitativi conferma la presenza di un solido trend ribassista, con l’Macd e il Parabolic Sar che si trovano in chiara posizione short. Un ulteriore allungo dovrà affrontare un duro ostacolo in area 14,9-15 dollari: il ritorno al di sopra di questa zona potrà avvenire soltanto dopo un’adeguata fase laterale di riaccumulazione. Un nuovo segnale short arriverà soltanto con una discesa al di sotto dei 14 dollari. Articolo di MF

Cina, terza svalutazione dello yuan Borse asiatiche ed europee in rialzo

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Terza svalutazione dello yuan in tre giorni. Il provvedimento arriva dopo il taglio di martedì 11 agosto del 2% della banda di oscillazione dello yuan rispetto al dollaro, e dopo quello di mercoledì di un altro 1,6% che ha fatto bruciare all’Europa 227 miliardi.

Le rassicurazioni

Dalla banca centrale cinese arrivano rassicurazioni sul fatto che la valuta cinese non andrà incontro a nuovi forti deprezzamenti. Come sostenuto dal vice governatore Yi Gang, l’obiettivo «è quello di lasciare che sia il mercato a decidere il tasso di cambio della valuta cinese e la Pboc si asterrà da interventi regolari sul mercato dei cambi». Il vice governatore ha aggiunto che il cambio lo yuan verrà mantenuto ad un livello «più o meno stabile» e «ragionevole». Il responsabile del dipartimento monetario Zhang Xiaohu ha affermato che la banca ha intenzione di aprire a «selezionate» solo sul mercato «offshore».

La reazione delle Borse

Il Nikkei giapponese ha assorbito il colpo e, dopo un’incertezza iniziale, ha terminato gli scambi con un rialzo dello 0,99%. L’indice rimbalza e recupera 202,78 punti fino ad attestarsi a quota 20.595,55. Il Kospi sudcoreano è cresciuto dello 0,4%, mentre l’Hang Seng di Hong Kong ha guadagnato lo 0,3. Lieve rimbalzo anche per Sydney (+0,12%), più decisa la Borsa di Singapore (+1,17).

L’Europa apre in rialzo

Le principali Borse europee hanno aperto gli scambi in rialzo: a Francoforte il Dax segna un progresso dell’1,6% muovendosi in area 11100 punti. Bene anche Parigi, dove il Cac40 guadagna l’1,82%, e Londra con il Ftse 100 che sale dello 0,80%. A Piazza Affari l’indice Ftse Mib fa segnare un guadagno dell’1,58% a 23.362 punti.

Negative interest rates put world on course for biggest mass default in history

Mai come in questo momento è importante avere un consulente Finanziario di fiducia Tassi di interesse negativi nel Mondo  in corsa per il più grande difetto di massa della storia
Più di 2 trilioni di valore di titoli di Stato della zona euro commercio su un tasso di interesse negativo. Si tratta di una bolla che è destinato a finire male
ecco l’articolo http://goo.gl/XQ25WO

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In primo piano La Grecia fa paura: Milano chiude a -5,17%. Atene: martedì non pagheremo 1,6 mld a Fmi

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Come temuto, i mercati reagiscono male e con forti vendite sia sull’azionario che sul mercato dei bond alla notizia del referendum greco (mentre l’euro resiste). Piazza Affari chiude sui minimi di giornata a -5,17% (pesante ma più contenuto il calo di Francoforte a -3,56%) mentre lo spread BTp-Bund termina a 159 punti, in rialzo di oltre 30 punti rispetto alla vigilia (123), dopo aver toccato anche i 200 punti nei primi cambi. A quel punto – come conferma Bloomberg – è intervenuta la Bce con gli acquisti in linea col piano di quantitative easing.

Dopo l’interruzione dei colloqui sul bailout tra creditori e autorità greche, la Bce ha congelato fondi vitali alle banche greche, lasciando Atene senza altra scelta se non chiudere gli sportelli per evitare il collasso. Banche e Borsa greche saranno chiuse per tutta la settimana, con un limite di 60 euro al giorno per il denaro contante ritirato ai bancomat. «Il rischio di una “Grexit” sta crescendo» scrive oggi in una nota Goldman Sachs.

La Borsa di Atene è quindi chiusa ma per avere l’idea di quanto stesse perdendo se fosse aperto è possibile osservare l’andamento dell’Etf quotato al Nasdaq, “Ftse Greece 20 Etf Grek”, che replica la performance dell’indice greco Ftse/Athex 20. Cede il 15%.

Anche Wall Street è proceduta in calo ma in proporzioni decisamente più contenute rispetto alle Borse europee. Il Dow Jones ha accentuato il calo quando (a Borse europee chiuse) è arrivata la notizia secondo cui la Grecia non pagherà domani il prestito di 1,6 miliardi di euro al Fondo Monetario Internazionale. Alla fine, il Dow Jones ha perso l’1,94% a 17.598,21 punti, il Nasdaq ha ceduto il 2,40% a 4.958,47 punti mentre lo S&P 500 ha lasciato sul terreno il 2,1% a 2.058 punti.

Intanto, Standard & Poor’s ha declassato stasera il rating della Grecia da CCC a CCC-, a causa della decisione del governo di Atene di indire un referendum sull’accordo con gli Stati dell’Eurozona che salverebbe il paese dalla bancarotta. Secondo l’agenzia di rating, c’è il 50% di possibilità che la Grecia lasci l’Eurozona.

Va però detto che al momento per le altre Borse europee non ci sono stati segnali di «panic selling»: i mercati sono rimasti, molto semplicemente, in attesa di novità da Atene, annullando l’ottimismo che era trapelato la settimana scorsa e in una sola seduta si sono rimangiati i guadagni messi a punto nelle precedenti cinque. Intanto il premier greco, Alexis Tsipras, ha scritto una lettera ai capi di Stato e di Governo dell’Eurozona, nella quale chiede una proroga di un mese del piano di aiuti: «Vi chiedo di rivalutare la vostra posizione sulla questione – si legge nella lettera, inviata domenica. Tsipras difende, inoltre, la decisione di indire un referendum come diritto democratico del popolo greco».

Grecia, cosa succede all’Italia in caso di default. I rischi per il bilancio pubblico, i risparmiatori, le banche e le imprese

A man walks past a graffiti made by street artist N_Grams  that  read ''NO'' in German but also ''YES, IN'' in Greek language in Athens, on Sunday, June 28, 2015. Greece's parliament voted early Sunday in favor of Prime Minister Alexis Tsipras' motion to hold a July 5 referendum on creditor proposals for reforms in exchange for loans. (AP Photo/Petros Giannakouris)

E adesso? Ora che i timori di un’uscita della Grecia dall’Eurozona si fanno più consistenti sono in molti a domandarsi quali possano essere le conseguenze di una rottura per il nostro Paese.

Innanzitutto bisogna considerare di quale rischio stiamo parlando. Da una parte bisogna considerare le conseguenze di breve-medio periodo che uno shock come l’uscita della Grecia dall’Eurozona potrebbe portare sui mercati, con il probabile rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato e quindi degli spread, e il relativo maggior costo per il bilancio dello Stato, dall’altro bisogna considerare i rischi legati all’esposizione diretta e indiretta del nostro Paese sul debito pubblico ellenico. Da ultimo si possono ipotizzare i rischi più immediati per risparmiatori, banche e imprese italiane.

  • Il boom dei rendimenti. Più spese per interessi. Meno risorse per lo Stato.

La prima conseguenza di un ipotetico Grexit, o almeno quella più immediata, potrebbe avere le sue prime anticipazioni già lunedì, alla riapertura dei mercati. Nei momenti di maggiore instabilità i rendimenti dei titoli di Stato salgono perché gli investitori tendono a considerare più rischioso l’investimento sul debito di un Paese, e quindi a chiedere per questo un premio più alto. Per le casse pubbliche l’aumento dei rendimenti (che si riflette nel cosiddetto spread, cioè un indice che confronta il rendimento dei nostri titoli decennali con gli equivalenti bund tedeschi), significa un maggior costo per il servizio del nostro debito pubblico, cioè maggiori spese per interessi da sostenere durante l’anno. Secondo Il Sole 24 Ore un rialzo permamente di 2 punti percentuali dei rendimenti costerebbe circa 4/5 miliardi all’anno.

Proprio l’abbassamento dei tassi aveva portato il nostro governo a mettere in conto una sorta di “dividendo spread”, cioè di risparmi assicurati dai bassi rendimenti ipotizzati per l’anno. Questo dividendo, cioè queste minori spese, rischiano di erodersi se non di prosciugarsi. Per l’esecutivo significa dovere reperire le risorse altrove: tagliando le spese o aumentando le tasse. A cascata, quindi, un impatto diretto sulla vita dei cittadini.

L’antitodo: A differenza di alcuni anni fa, la zona Euro è ora dotata di meccanismi di protezione in grado di contenere e arginare shock macoreconomici. L’ultimo e il più importante è proprio il Quantiative Easing della Bce, cioè il massiccio piano di acquisto di titoli sul mercato secondario dei Paesi dell’area Euro. L’intervento dell’Eurotower infatti può infatti, in sintesi, limitare l’aumento dei tassi. Tamponando per tempo i possibili rischi appena elencati.

  • I Crediti italiani con la Grecia

Anche se in qualità di Stato, la Grecia non è diversa da un comune debitore. L’abbandono, eventuale, della moneta unica non la esonererebbe automaticamente dagli obblighi legati al proprio enorme debito pubblico. Come ha spiegato qualche settimana fa il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, “se un Paese lascia l’Eurozona il suo debito resta”. Certo è tutto da vedere se e in che modo sia in grado di onorarlo. Sempre il Sole 24 Ore oggi fa i conti di questa esposizione totale. Si tratta – va ribadito – non di una perdita secca in caso di Grexit, ma della somma di tutte le possibili “somme” in periciolo. Il totale, calcola il quotidiano economico, vale 65 miliardi di euro. Si parte innanzitutto dai prestiti bilaterali concessi dal governo italiano a quello di Atene e ammontano a 10 miliardi di euro. La fetta più consistente dei soldi concessi alla Grecia è arrivata attraverso i due fondi salva stati Efsf e Esm. L’Italia contribuisce pro-quota a questi fondi quindi il mancato rimborso a queste due istituzioni varrebbe, rispettivamente, 23,3 e 14,2 miliardi di euro. Si parla, va ricordato, di perdita teorica, visto che in pochi immaginano che un default di Atene significhi un azzeramento dei propri debiti. C’è poi il capitolo più complesso della Banca Centrale Europea, che in questi anni ha anch’essa prestato soldi alla Grecia. Attraverso la Banca d’Italia, il nostro Paese detiene il 12,3% del capitale dell’Eurotower ed è esposta per 6,6 miliardi circa, a cui secondo Il Sole 24 Ore bisogna aggiungere 10,94 della quota della linea di liquidità Ela concessa ad Atene, che però non rappresenta un’esposizione diretta della Bce, visto che è innanzitutto la Banca Centrale greca a farsi carico dei 95 miliardi concessi alle banche greche. Solo in ultima istanza la Banca Centrale Europea potrebbe dovere “ripianare” questa somma.

  • Quindi? Quale impatto per banche, risparmiamiatori e imprese italiane

Rispetto al passato si è ridotta sensibilmente la quota di titoli di stato greci nel portafoglio degli Italiani. Quindi un possibile default greco, se parliamo di impatto diretto e immediato, avrebbe conseguenze molto meno pesanti rispetto al passato. Anche l’esposizione delle nostre banche sul debito ellenico è sensibilmente diminuita. Come ha mostrato uno studio del think tank Bruegel è di appena 800 milioni di euro, su un debito complessivo di circa 315 miliardi, cifre confermate oggi anche dal presidente dell’Abi Antonio Patuelli.

Rischi un po’ più rilevanti, almeno più diretti, non riguardano la salute finanziaria dello Stato greco, ma a cascata quella dell’intero Paese. Per le nostre aziende esportatrici un default greco vorrebbe dire mettere in pericolo i rapporti commerciali in atto e i relativi crediti. Tuttavia, ricorda il Corriere della Sera, citando il capo economista di Intesa San paolo Gregorio De Felice, la quota di esportazioni italiane nel Paese vale solo lo 0,9% del totale, lo 0,2% del Pil. Una cifra, quindi, relativamente molto bassa.

Il pericolo di Grexit e i sonnambuli europei

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Dice Christine Lagarde, mettendo in guardia la Grecia in nome del Fondo Monetario, che «possiamo riavviare il dialogo solo se ci sono adulti nella stanza». Paradossalmente ha ragione: ci sono troppe persone incaute, troppi esperti economici privi di memoria storica e coscienza geopolitica, nelle stanze dove da mesi si sta decidendo il destino non tanto di Atene, quanto dell’Unione. Perché quando si discute dell’euro e delle sue regole, quando si invocano istituzioni europee più solide senza mettere in questione i parametri chiamati a sorreggere la moneta unica, è di tutta l’Europa che si parla e non di un singolo Paese in difficoltà.

Non è completamente adulto il Fmi, che difende a oltranza riforme strutturali giudicate dal Fondo stesso nocive e controproducenti, dunque sbagliate, fin dal 2013. Non sono adulti coloro che agitano lo spettro del Grexit, fingendo che sia una cosa facile, seminando panico nei risparmiatori greci, disinformando sul caos che regnerebbe nella Banca centrale ellenica. I Trattati dell’Unione e lo statuto della Bce non prevedono uscite unilaterali dall’euro, a meno che il Paese a rischio bancarotta non decida preliminarmente di abbandonare l’Unione stessa. Cosa che il governo greco non ha alcuna intenzione di fare. Cacciarlo non si può.

La verità l’ha accennata Mario Draghi, il 15 giugno nel Parlamento europeo, chiedendo che a sciogliere i nodi siano i politici dell’Eurogruppo e non i banchieri centrali. Si è guardato dal proporre alternative serie, ha ripetuto che «la palla resta inequivocabilmente in campo greco», e con ciò è stato più “politico” di quanto pretendesse, ma ha ammesso che in caso di ulteriore deterioramento dei negoziati «entreremmo in acque inesplorate».

Le pressioni che si stanno esercitando su Atene, perché comprima ancor più spesa pubblica e pensioni già ridotte al minimo, conferma che l’Unione è guidata da poteri sprovvisti di senso della responsabilità. Se fossero adulti, quei poteri inviterebbero nelle stanze dei negoziati persone che abbiano senso storico, e soprattutto memoria. Persone con una visione centrale e un forte principio ispiratore, consapevoli del fatto che la storia è tragica, memori dei disastri passati e lucide sui pericoli incombenti: lo sfaldarsi dell’Unione, e della sua forza di attrazione presso i propri cittadini.

Ci sarebbero, seduti al tavolo delle trattative, esperti geo-strategici, ed economisti sistematicamente disprezzati, anche se in questi anni non hanno sbagliato previsioni, come i due premi Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman. Tra coloro che insistono nel chiedere al governo Tsipras riforme strutturali già compiute non si annoverano economisti preveggenti ma piccoli politici che pur di conservare il potere rimangono pigramente appesi a dottrine dell’austerità al tempo stesso egemoniche e defunte, perché smentite da fatti di cui non si vuol tenere conto. Il prodotto interno lordo della Grecia, calcolato a prezzi costanti, è già calato del 27% a seguito dell’austerità, il debito pubblico è salito al 180% del Pil, e la disoccupazione è giunta al 27%.

Gli esperti in geopolitica aiuterebbero a capire la centralità della Grecia in un’Europa alle prese con un caos, alle proprie frontiere orientali e meridionali, che non sa e non vuole affrontare autonomamente, prendendo le distanze da una strategia statunitense che coscientemente resuscita la guerra fredda con la Russia e che al di là del Mediterraneo ha contribuito a creare un arco di destabilizzazione esteso dall’Africa subsahariana fino all’Afghanistan. La Grecia è ai confini con questo mondo, all’incrocio tra Balcani, Medio Oriente, Siria. I suoi legami con la Russia sono forti e antichi. L’avversione del governo Tsipras alle guerre contro il terrore, e oggi a interventi militari in Libia per smantellare le reti di trafficanti, è ben conosciuta a Berlino e Parigi. Non meno conosciuta è la sua avversione al Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Qualcuno forse nell’Unione vuol perdere Atene proprio per questi motivi. Ma la perdita sarebbe un suicidio geopolitico dell’Europa.

Se non vuole continuare a essere una pedina delle amministrazioni Usa e precipitare in una nuova guerra fredda, se vuole guardare con occhio freddo alla questione ucraina – riconoscendo che da un’oligarchia filorussa si è passati a un’oligarchia legata a estreme destre russofobe – l’Europa non può fare a meno della Grecia. Non può farne a meno neanche sulla questione immigrazione. Il nuovo governo ellenico sta affrontando un afflusso di migranti e richiedenti asilo ben più pesante e improvviso di quello italiano. Lo fa senza cedere a impulsi xenofobi. È non solo scandaloso ma immensamente ottuso giocare con l’ipotesi di un Grexit, e tacere sull’Ungheria che il 17 giugno ha annunciato la costruzione di un muro lungo 175 chilometri, ai confini con la Serbia, per fermare l’ingresso di profughi e migranti.

Mancano infine persone con un minimo di cultura generale, al tavolo delle trattative. In un articolo uscito il 16 giugno sulla Welt, il commentatore Jacques Schuster mette in guardia i connazionali tedeschi sostenendo che Tsipras si sta rivelando uno dei politici più astuti e abili d’Europa. In che consistono quest’astuzia e quest’intelligenza? Nel sondare l’anima tedesca, e nel profittare malvagiamente e furbescamente dei «nervi deboli» della Germania. Non potrebbe essere altrimenti, perché «i greci sono un popolo di naviganti», e i naviganti «sono abituati a fluttuare nelle acque, e a oscillare sull’orlo del baratro».

“Il Sole24Ore”

PENSIONE INTEGRATIVA

Attualmente lo stato italiano non può più garantire ai nuovi lavoratori un reddito in vecchiaia (pensione) così il lavoratore è obbligato ad accantonare dei risparmi durante la vita lavorativa (la cosiddetta previdenza integrativa) da integrare alla pensione minima che lo Stato continuerà ad assicurare.

I fondi pensione integrativa sono stati creati con lo scopo di offrire ad una collettività di lavoratori (dipendenti o autonomi) prestazioni pensionistiche integrative rispetto a quelle erogate dal sistema previdenziale obbligatorio pubblico.

I fondi pensione si dividono in due categorie:
– i fondi di pensione integrativa chiusi sono istituiti sulla base di accordi o contratti collettivi e si rivolgono a categorie omogenee di lavoratori (ad esempio, i dipendenti di una stessa impresa o i lavoratori di un medesimo comparto economico)
i fondi di pensione integrativa aperti sono istituiti direttamente da un intermediario finanziario (impresa di assicurazione, banca, società di gestione del risparmio), possono aderire tutti i lavoratori, dipendenti o autonomi, per i quali i fondi chiusi non esistono o non operano.

Per maggiori informazioni vi invitiamo alla visita o contatto. Grazie Carlo Pezzini.

Cresce ancora il risparmio gestito: a febbraio i fondi raccolgono 20 miliardi

I dati di Assogestioni: il patrimonio complessivo ha aggiornato il record posizionandosi a 1.675.092 miliardi da 1.622,7, del mese precedente. Boom per i fondi aperti di tipo azionario.

MILANO – Prosegue con forte slancio l’avvio d’anno per i fondi comuni di investimento che, a febbraio, hanno segnato una raccolta netta complessiva di 20,02 miliardi, più che raddoppiata rispetto ai 9,11 miliardi di gennaio. E’ quanto emerge dalla mappa mensile del risparmio gestito diffusa da Assogestioni.

Il patrimonio ha, per l’ennesima volta, aggiornato il record posizionandosi a 1.675.092 miliardi da 1.622,7, del mese precedente. Per le gestioni collettive febbraio si è chiuso con un saldo netto di raccolta balzato a 14,14 miliardi (6,4 miliardi a gennaio) e sono stati ancora una volta i fondi aperti a raccogliere, di fatto, quasi tutti i nuovi flussi, con +14,1 miliardi (da +6,4 miliardi). Tra i fondi aperti si registra il boom degli azionari, che a febbraio raccolgono 2,3 miliardi dai 446 milioni di gennaio mentre, a livello generale, si evidenzia una battuta d’arresto tra i fondi aperti: la componente di diritto italiano scende a 2,9 miliardi (da 3,3 miliardi) con gli esteri che tornano a fare la parte del leone con 11,2 miliardi di raccolta (da 3 miliardi), su 14,1 miliardi.

Per le gestioni di portafoglio invece la raccolta di febbraio ha invertito trend tonando a crescere: si è attestata 5,8 miliardi dai 2,6 miliardi del mese precedente, con una netta componente in capo al retail (a 3,2 miliardi da 1,7 miliardi del mese precedente), ma con una forte crescita della parte degli istituzionali che balza a 2,5 miliardi da 928 milioni.

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COSA SONO I FONDI E SICAV

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Quelli che genericamente chiamiamo “fondi comuni” sono in realtà definiti dalla legge con il termine “oicr”, acronimo di “organismi di investimento collettivo del risparmio”. Comprendono dunque quegli “organismi” che svolgono la funzione di “investimento” in forma “collettiva” del “risparmio“. Come si vede, la terminologia svela la funzione: raggruppare le somme di più risparmiatori e investirle collettivamente, cioè investirle unitariamente, come un unico patrimonio.Noi, comunque, per semplicità, continueremo a parlare di “fondi”.

Fin qui, questa funzione potrebbe anche essere autonomamente svolta da un gruppo di amici che decidono di mettere insieme i propri risparmi e investire. Il disegno messo a punto dal legislatore, però, è più complesso e prevede una serie di presidi che garantiscono pari diritti per gli amici e tutelano il loro investimento.

Pari diritti vuol dire che tutti i sottoscrittori partecipano agli utili (e alle perdite) nella stessa misura o, meglio, in proporzione alla loro partecipazione al fondo, e cioè al numero delle quote possedute. I fondi, infatti, sono suddivisi in tante parti unitarie, dette quote, che vengono sottoscritte dai risparmiatori e garantiscono uguali diritti. La somma delle quote sottoscritte dal risparmiatore dà la misura della sua partecipazione al fondo.

L’investimento è tutelato attraverso la previsione di una serie di controlli, dei quali parleremo più avanti. E’ anche tutelato attraverso la qualificazione del fondo come patrimonio giuridicamente separato, sia dal patrimonio della società di gestione che da quello dei singoli partecipanti. Questa caratteristica comporta una conseguenza molto importante: i creditori della società di gestione non possono aggredire il fondo per soddisfare i propri crediti (e quindi non possono pregiudicare i diritti dei partecipanti).

L’investimento in fondi comporta indubbiamente dei vantaggi per  l’investitore.

Innanzi tutto, la gestione è affidata a soggetti che svolgono questo compito professionalmente. Ad essi viene affidato un mandato che li vincola a gestire il fondo secondo modalità di investimento predefinite, utilizzando le informazioni e le esperienze di cui dispongono.

Il fatto, poi, che i risparmi dei singoli confluiscano in un patrimonio di grandi dimensioni (il fondo) consente di realizzare una diversificazione degli investimento difficilmente ottenibile direttamente dai singoli investitori, con tutti i vantaggi in termini di riduzione del rischio dell’investimento: puntare su molti titoli, infatti, è meno rischioso che puntare su pochi o, addirittura, uno solo.

E’ uno strumento ovviamente finalizzato ad ottenere una valorizzazione del patrimonio; è  bene comunque ricordare che il fondo non garantisce sempre e comunque un rendimento.

Di più: chi investe in fondi può anche non ottenere la restituzione dell’intero capitale versato. Anche il fondo più conservativo, caratterizzato da una politica di investimento estremamente prudente, può maturare perdite. E questa non è solo un’affermazione teorica, ma il frutto dell’osservazione di eventi verificatisi sui mercati, anche in tempi relativamente recenti.

In conclusione, bisogna sempre tenere a mente che, nonostante i fondi consentano di ripartire il rischio, sottoscrivere quote di fondi significa investire in attività che sono necessariamente contraddistinte da oscillazioni di valore, a volte anche imprevedibili.

I tipi di fondo esistenti
L’ordinamento ha previsto varie tipologie di fondi. E’ quindi necessario individuare dei criteri di suddivisione per mettere ordine nell’insieme di prodotti presenti sul mercato.Un primo criterio è costituito dalla  struttura, che distingue i fondi aperti da quelli chiusi ed i fondi dalle sicav.

La particolare struttura dei fondi aperti consente di sottoscrivere quote, o chiederne il rimborso, in ogni momento. Il loro patrimonio, infatti, non è fissato in un ammontare predefinito, ma può continuamente variare, in aumento per le nuove sottoscrizione o in diminuzione per i rimborsi (oltre che, ovviamente, aumentare o diminuire in relazione al variare del valore dei titoli in portafoglio).

Quelli chiusi hanno invece un patrimonio predefinito, che non può variare a seguito di  nuove sottoscrizione e rimborsi e che è suddiviso in un numero predeterminato di quote. Le  quote, quindi, possono essere sottoscritte, nei limiti della disponibilità, solo durante la fase di offerta, che si svolge prima di iniziare l’operatività vera e propria, ed il rimborso avviene di norma solo alla scadenza. E’ comunque possibile acquistarle o venderle in borsa nel caso siano ammesse a quotazione.

Sempre in relazione alla struttura, si distinguono poi i fondi comuni di  investimento e le sicav. In teoria, la differenza è netta, perchè il fondo comune è un patrimonio a sè stante, costituito con il denaro dei sottoscrittori e gestito da uno specifico tipo di società, la sgr  (società di gestione del risparmio). La sicav, invece, è una vera e propria società di cui i sottoscrittori sono soci con tutti i relativi diritti (ad esempio il diritto di voto).
In pratica, assolvono entrambi alla stessa funzione economica: gestire collettivamente le somme affidate dai risparmiatori. Per  cui, se non diversamente specificato, nel prosieguo con il termine “fondo” ci riferiamo anche alle “sicav”.

Un secondo criterio di suddivisione per i prodotti offerti nel nostro paese è costituito dall‘origine dei fondi: esistono, quindi,  fondi di diritto italiano e di diritto estero, costituiti in paesi stranieri ed offerti in Italia.

Un ultimo criterio, che fa leva sulla conformità alla normativa comunitaria , consente di individuare i cosiddetti fondi ” armonizzati”. Sono fondi e sicav di tipo aperto, costituiti nei paesi dell’Unione europea, che investono  prevalentemente in strumenti finanziari quotati (azioni, obbligazioni, ecc.). Il termine “armonizzati” deriva dal fatto che seguono regole e criteri comuni  , previsti a livello comunitario (direttiva n. 85/611/CEE) e recepiti nelle legislazioni nazionali, volti a tutelare gli interessi dei risparmiatori, sostanzialmente attraverso una limitazione dei rischi assumibili e la predisposizione di una serie di controlli.

Nel disegno tracciato dalle norme comunitarie, quindi, i fondi “armonizzati”, a prescindere dal paese di origine, devono avere caratteristiche simili e, pertanto, poter essere agevolmente commercializzati nei paesi dell’Unione. La realtà, a volte, presenta sfumature diverse, in quanto i paesi membri potrebbero aver recepito le norme della direttiva in maniera non perfettamente identica.
Inoltre, si deve sottolineare che la vigilanza su questi strumenti è affidata alle autorità del paese di origine (ad esempio, un fondo lussemburghese sarà vigilato dall’autorità del Lussemburgo, anche se offerto in Italia). Alle autorità italiane spetta esclusivamente la vigilanza sulle modalità di commercializzazione nel nostro paese.

Gli “armonizzati” sono di gran lunga i fondi più diffusi sul nostro mercato. Per questa ragione, come già detto nell’Introduzione, i fondi armonizzati costituiscono l’oggetto principale della presente iniziativa.

I soggetti che partecipano all’operazione
L’offerta di quote di fondi avviene, di norma, secondo il seguente schema:
Nel caso di sicav, l’unica differenza è che fondo e società di gestione non sono soggetti distinti ma coincidono, appunto, nella sicav.

I risparmiatori consegnano le somme da investire ai soggetti collocatori che curano le procedure per la sottoscrizione. Come vedremo, la loro attività non deve limitarsi a “piazzare” il prodotto. Hanno, infatti, l’obbligo di svolgere una funzione centrale: assistere il risparmiatore nelle scelte di investimento.

La società di gestione ha il compito più importante: gestisce le somme raccolte secondo una politica di investimento predefinita e nell’interesse esclusivo dei risparmiatori (per un approfondimento sull’attività della società di gestione vedi la scheda informativa già presentata)

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